(education) Imparare alla velocità della fiducia

I nostri figli imparano a una velocità proporzionale alla fiducia che abbiamo in loro e nel loro naturale desiderio di imparare.  Questa della fiducia legata all’apprendimento è una connessione che solo col tempo è diventata evidente.

 Noi adulti, salvo eccezioni, siamo cresciuti dentro un sistema scolastico che non aveva (e continua a non avere) nessuna disponibilità a darci fiducia, a credere che in noi la nostra voglia istintiva di imparare, scoprire, esplorare potesse portarci con successo alla conoscenza attraverso un percorso di “autoapprendimento”. E quindi diamo per scontato che qualcuno decida per noi, ci fornisca di proprio pugno le informazioni e poi controlli che quanto consegnato sia stato effettivamente memorizzato. Noi come studenti diventiamo un tubo digerente di informazioni …che spesso non digeriamo!

Così diceva l’emerito linguista e filosofo Noam Chomsky “E’ un dato della cultura tradizionale, che merita molta più attenzione di quanta non ne riceva, il fatto che l’insegnamento non dovrebbe essere paragonato al riempimento di una bottiglia con dell’acqua ma piuttosto all’aiuto che si dà per far crescere un fiore nel modo che gli è proprio.  

Alla base della concezione che gli studenti siano dei vasi vuoti da riempire di nozioni e informazioni si trova proprio questa diffidenza nei confronti del giovane “learner”. Lasciato a se stesso un bambino cosa fa? Perde tempo, gira a vuoto, gli manca quella capacità di costruire in modo strutturato e proficuo una sequenza di esperienze e informazioni. Questo è ciò che il sistema implicitamente crede. E spesso come genitori lo crediamo pure noi. E ci preoccupiamo di far loro digerire esperienze, libri, lezioni e sermoni.

Eppure è evidente il contrario. Evidentissimo. Basta osservare ciò che abbiamo da sempre sotto gli occhi e sulla pelle. Per esempio c’è forse un bambino al mondo che non abbia imparato a parlare la lingua (o le lingue) dei propri genitori? E questo è avvenuto senza lezioni di analisi grammaticale, senza libri di testo, senza interrogazioni, senza insegnanti certificati. E chi ha imparato lo ha fatto partendo da una situazione assolutamente svantaggiata: di completa ignoranza di tutto, del concetto stesso di linguaggio! Analfabeti totali che imparano lingue in pochi anni senza bisogno di andare a scuola, da autodidatti, da homeschooler.

Grazie a cosa quel piccolo essere ignorante e grezzo culturalmente ha potuto imparare una cosa così difficile come una lingua? Ci sono bambini che esposti in famiglia a 3 o più lingue anche molto diverse tra loro verso i 7 anni le parlano già tutte fluidamente. Quale Shenker Institute sarebbe in grado di ottenere questo strabiliante risultato pur coi migliori teacher certificati a disposizione?! 

Basterebbe in fondo osservare come avviene questa trasmissione di conoscenza tra genitori e figli per decidere di modificare tutto della scuola, imparando da chi ottiene risultati sempre e comunque. Noi genitori come facilitatori o coach e i nostri figli come studenti!  Diventare consapevoli del nostro istintivo metodo di insegnamento, diventare consapevoli delle modalità con cui un figlio reclama di imparare una cosa così cruciale come il linguaggio del proprio branco. 

Il bambino è ossessivamente appassionato e interessato a imparare. Il suo istinto di osservazione e imitazione lo conduce suono dopo suono, frase dopo frase a costruirsi un vocabolario, una grammatica. Ha voglia di comunicare con questi esseri che lo nutrono e lo scaldano e lo fanno emozionare e intraprende senza sforzo, senza bisogno di essere spronato, un percorso di apprendimento senza mollare mai la presa sul genitore che saprà fornirgli risposte proprio nel momento in cui lui le chiede, che sarà esattamente il singolo istante in cui è in grado di acchiappare la risposta e farla propria. Non un attimo prima, non un attimo dopo. 

Mi ricorda il “Just in time” della industria che ha invertito il “vecchio metodo” di produrre prodotti finiti per il magazzino in attesa di essere venduti per iniziare a produrre solo ciò che è stato già venduto. In ambito scolastico questo concetto non è passato e si continua col vecchio e poco “produttivo” metodo: agli studenti vengono fornite informazioni, a cui mediamente non sono interessati, da mettere a “magazzino” e che, viene assicurato loro, un giorno gli torneranno utili. Ossia un giorno le potranno vendere, monetizzare, ossia in qualche modo farne qualcosa di utile nella propria vita. Peccato che quel giorno molto lontano molto probabilmente quella informazione non se la ricorderanno neppure di averla mai studiata. 

Questo implica che invece a quelle questioni vitali che li appassionano, li turbano li emozionano, non viene dato ascolto e tanto meno risposto. Proprio quel terreno che sarebbe pronto per essere coltivato, lo si tralascia, gli si fa crescere erbacce, con pericolo che il ragazzo non saprà mai espandere ciò che ha dentro. Indebolendosi. La scuola si ostina a far crescere dei semi su suolo non fertile, non ricettivo quale una mente non interessata a ciò che gli insegni. E quei frutti quando arrivano dureranno poco, non avranno radici e porteranno i ragazzi lontano dalla propria natura.

Se domandate ai ragazzi della scuola secondaria superiore cosa vorrebbero che cambiasse a scuola, il minimo sindacale che rivendicano è di essere ascoltati. Che significa rispettati, riconosciuti e non trattati come quella bottiglia vuota a cui si riferisce Chomsky, da riempire con le informazioni che altri hanno deciso per loro.

Il cervello ha modalità di memorizzazione dei dati che oggi con le neuroscienze diventano sempre piu chiare nel descrivere quali sono. E’ interessante osservare come il sistema scolastico abbia scelto tra in suoi modi di trasmissione della conoscenza le due modalità peggiori per il cervello umano, secondo il famoso Cono o Piramide dell’apprendimento (cone of learning) proposto da un educatore americano, Edgar Dale, già nel lontano nel 1969: leggere e ascoltare qualcuno che parla. 

Queste sono le due modalità in cui il cervello trattiene la quantità minore di informazioni (tra il 10 e il 20%). E la maggioranza di queste dopo poco tempo sono dimenticate. Che significa che non si ha imparato un bel nulla! All’estremo opposto, alla base della piramide ci sono le modalità esperienziali: fare la cosa reale o simulare in modo “drammatico” la cosa reale. Qui il trattenimento delle informazioni “che diciamo e facciamo” arrivano al 90%. 

Chi di noi non possiede evidenza di tutto ciò. Chi ha mai pensato di poter imparare a nuotare studiando un manuale, facendosi spiegare da qualche esperto come si nuota. Non c’è alternativa: ti devi buttare nell’acqua, provare e provare. Un esperto potrà darti qualche dritta. Tu potrai osservare altri nuotare, farti una idea di quale potrebbe essere il risultato e imitarlo. Ma per imparare devi incorporarlo: ossia usare il corpo. Sfidare la paura, entrare nell’emozione.

Io ricordo che all’inizio del mio ultimo anno di liceo, al ritorno di una lunga e avventurosa esperienza in Australia (sarà stato un caso che proprio dopo quella intensa esperienza di vita vissuta in modo autonomo e lontanissimo da casa incominciai a farmi domande nuove?) mi guardai forse per la prima volta indietro per valutare l’esperienza di quegli anni di liceo e mi trovai avvilito nell’accorgermi che di tutte quelle cose studiate sui libri e ascoltate in anni di lezioni non mi ricordavo nulla. Nada. Mi avvicinavo ai miei 18 anni e le cose che sapevo fare, incluso parlare inglese, le avevo imparate fuori da quelle squallide mura di architettura fascista che già allora mi dava l’impressione più di un carcere che di uno spazio vitale in cui crescere. 

Nota: Sul perché poi di questa perversa scelta del sistema scolastico di evitare le modalità di apprendimento più efficaci ne parleremo in altro articolo. E’ infatti una scelta in buona fede, dovuta all’ignoranza di ciò che funziona o c’è dietro una scelta consapevole? Ma questo ci porterebbe a riflettere sugli scopi per cui questa scuola è stata disegnata che è appunto un altro bellissimo argomento da approfondire.

Avevo scelto di iscrivermi al liceo scientifico dio solo sa perché. Seguivo quel che la società riteneva normale fare e passivamente frequentavo le lezioni, studiavo motivato da paura più ancora che dal desiderio di ricevere approvazione e riconoscimento. Men che meno motivato da interesse per qualche materia. (Salvo inglese che volevo impararlo per questioni reali e vitali: affascinato da quelle ragazzine bionde che riempivano le spiagge italiane quando ero in vacanze con la mia famiglia!). 

La capacità dei giovani di trangugiare ciò che i grandi gli dicono di fare mi ha permesso di affrontare la sfida senza farmi troppe domande. 

Ma “come ogni buon insegnante sa – aggiunge Chomsky– i metodi dell’istruzione e la quantità di programma svolto sono questioni di ben poca importanza se confrontate con la capacità di suscitare la curiosità naturale degli studenti e di stimolare il loro interesse a compiere ricerche in modo autonomo. Ciò che gli studenti imparano passivamente sarà presto dimenticato. Ciò che gli studenti scoprono da soli quando la curiosità naturale e i loro impulsi creativi sono sorti non solo sarà ricordato ma sarà la base di ulteriori ricerche e, forse significativi contributi intellettuali”.

Un messaggio importante lo possiamo inviare via radio ma se non c’è alcun ricevitore quel messaggio andrà perduto. Crediamo che sia sufficiente che ci siano radio intorno ma se queste radio sono spente?! Oppure sintonizzate su altre frequenze? Non basta che i ragazzi siano lì fisicamente.

Dunque l’ingrediente della fiducia da un lato. E dall’altro l’interesse dello studente. Per quanto possiamo essere bravi insegnanti, se non c’è uno studente che ha voglia di imparare l’apprendimento semplicemente non avviene. E l’unico risultato certo sarà l’aver sprecato tempo e tramortito la nostra vitalità creativa pronta soprattutto in quegli anni formativi a far espandere i nostri talenti.

Il tempo sprecato. Quanti di noi si sono accorti verso i 18 anni, alla fine di circa 12 anni di scolarizzazione di aver imparato ben poca cosa, di non aver capito cosa ci appassionava, quali erano i nostri talenti.  

J.T. Gatto, uno dei miei eroi, nominato nel ‘92 insegnante dell’anno nello stato di New York, sosteneva che “non c’è bisogno di esperti per imparare ma occorre solo un bambino che abbia voglia di imparare, in circa 100 ore di lettura, scrittura e aritmetica si possono imparare tutte queste cose!!” 

Come genitori siamo chiamati, tra le altre cose, a coltivare questa fiducia in loro, a rispettare i loro tempi, a ricordarci che in loro c’è una saggezza innata che li guida istintivamente a imparare ciò che utile per loro.

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