(education) La scuola senza corpo che non gioca più

La società occidentale è diventata passo dopo passo nei secoli una società che crede in una sola dimensione: quella fisica. La rivoluzione scientifica nel secolo dei lumi ci ha consegnato un mondo esclusivamente materiale. Il resto è fuffa! Crediamo solo a ciò che tocchiamo. 

Il culto della dimensione fisica ha coniato nuovi termini come il fitness. Andiamo in palestra, siamo corpo e lo vogliamo bello e sano. Benissimo, ma se è così, mi domando, perché siamo diventati così “cerebrali”? Perché siamo finiti tutti nella testa. Ci siamo sconnessi dal nostro corpo (anche prima dei cellulari e dell’iperconnessione già 30 anni fa un medico belga steineriano mi raccontava come molti dei suoi pazienti avevano problemi legati alla loro incapacità di sentire il proprio corpo).

Non sarà anche un po’ responsabilità della scuola oppure un suo riflesso? Una scuola dove solo la testa è coinvolta. Dove si tiene conto solo del sapere cognitivo, non più esperienziale, emozionale, corporeo. Non più il saper fare come nella vita reale: che vali per quello che sai fare, non quello che sai.

Ken Robinson nel suo famoso ted.com “la scuola uccide la creatività” racconta in modo divertente come i professori dell’università (per dire le persone rappresentano il frutto massimo del sistema scolastico) quando lui stesso lo era, li poteva riconoscere in discoteca da come ballavano: si distinguevano per come usavano il proprio corpo: “come mezzo di trasporto per le loro teste ” (https://youtu.be/iG9CE55wbtY?t=632).

Non a caso l’intero sistema scolastico (inclusa l’università) riconosce il minimo valore alle arti e il posto minore lo occupano il teatro e la danza, le più fisiche tra le arti. E questo vale per tutti i sistema scolastici al mondo!

Oggi i top manager delle grosse aziende spendono molti soldi per workshop in cui imparare a usare il corpo come l’uso delle mani: laboratori di ceramica, di intaglio legno etc. Hanno bisogno di trovare equilibrio attraverso l’utilizzo del corpo sempre più relegato nello sfondo, come mero supporto dei loro cervelli. A peggiorare lo squilibrio l’uso del cellulare in qualsiasi circostanza mentre facciamo altro. Abbiamo menti iperconnesse e mai nel qui e ora, sempre fuori del corpo, sempre altrove. 

Cosa abbiamo imparato a fare a scuola: a stare tutto il giorno seduti a un banco, a fare cose di cui non provavamo interesse, a eseguire ordini di qualcun altro che ha stabilito per noi ritmi e attività da svolgere.

Se è difficile per noi adulti seguire questa routine, figuriamoci per i bambini e i ragazzi che esplodono di energia e voglia di imparare ciò di cui sono appassionati. 

E’ infinita la lista di chi ha scritto e testimoniato l’assurdità di tale impostazione scolastica dove l’attenzione è rivolta solo sulla capacità cognitiva. Dove l’unica parte coinvolta e considerata significativa è la testa.

 Dopo oltre 100 anni di questa scuola, non è cambiato nulla. Tuttavia  molti di noi genitori siamo convinti (o rassegnati?) che questa sia l’unica via possibile e che poi in fondo fare anche cose che non ti piacciono fin da piccoli è un ottimo modo per diventare grandi.

Il bambino istintivamente sa cosa fare per imparare: si muove, sperimenta, tocca, si emoziona. Usa il corpo. Si mette in bocca, mastica ciò che vuole comprendere. La Natura in milioni di anni ha messo a punto modalità di apprendimento “corporee”, poi siamo arrivati noi con la scuola dell’obbligo (non più di 150 anni fa) e abbiamo obbligato i nostri figli a imparare quando, dove, come e cosa riteniamo giusto noi adulti. Chiusi seduti tra 4 mura a sentire un adulto parlare, leggere e scrivere. Il gioco è concesso solo fuori dalle lezioni, durante l’intervallo.

Se in natura i cuccioli imparano giocando, il gioco in classe è invece stato bandito. Come spiega il professor Peter Gray (in Mother Nature’s Pedagogy) con le sue ricerche sulle popolazioni di cacciatori e raccoglitori, in tutte quelle culture ai bambini e persino agli adolescenti è concesso tempo illimitato per giocare, esplorare e seguire i loro interessi e curiosità. In autonomia. 

In queste culture, in contatto con la natura e la sua saggezza, i bambini sono lasciati molto più a loro stessi, vengono incoraggiati a diventare autonomi nel loro processo di apprendimento. Si ha fiducia in loro che poco a poco impareranno ciò che gli serve per appartenere come membri attivi della comunità. Fin da piccoli vengono affidate loro responsabilità. 

Nella nostra cultura per “educazione” si intende ciò che impari a scuola: gli insegnanti educano, gli studenti sono educati. Lo struttura è chiara: gerarchica. Gli insegnanti forniscono una educazione dall’alto, gli altri la ricevono dal basso. In realtà l’educazione non coincide affatto con la scolarizzazione. L’educazione è qualcosa di molto più vasto.

L’educazione vera è auto-diretta. Nel mondo anglosassone si definisce self-directed learning. É un processo autonomo dello studente che segue i propri interessi grazie alla spinta che proviene dalla naturale curiosità e si realizza attraverso le spinta “educative” a giocare e a socializzare.

Peter gray individua varie modalità in cui i bambini attraverso il gioco e la socialità imparano delle competenze e diventano adulti: chi ha dei figli lo ha visto. Ma non sempre siamo pronti a riconoscere la profonda saggezza delle loro attività spontanee. 

I bambini sanno come imparare ciò di cui hanno bisogno e all’età in cui è più appropriato per loro. Se rimangono connessi con se stessi, se noi adulti non interferiamo con I loro processi e percorsi di autoapprendimento.

Quando si arrampicano sugli alberi, la nostra ansia e la paura che cadano a volte prende il sopravvento e li blocca. Ma questa attività ludica motorie, per esempio, è uno dei modi in cui la natura li porta a sviluppare un corpo forte e aggraziato nei movimenti. 

Il lato rischioso dei loro giochi inoltre permette loro di imparare a gestire la paura e sviluppare il coraggio. 

I bambini sono essere sociali. Vogliono altri bambini con cui giocare con tutte le loro forze. Amano giocare con altri coetanei e questo permette loro di imparare a negoziare, trovare compromessi e andare d’accordo con gli altri. 

Poi si inventano giochi con delle proprie regole e così imparano a seguirle. Giocano con l’immaginazione e questo permette loro di impare a formulare ipotesi e in modo creative. Si costruiscono capanne e così imparano a costruire.

Il gioco è uno dei mezzi principali per educarsi. Gli animali, spiegava Groos (psicologo Tedesco autore di The Play of Animal), nella prima metà del ‘900, hanno così intuitivamente chiaro che il gioco è di vitale importanza per avere successo nella vita che pur di giocare mettono a repentaglio la propria vita. E quanto più appartengono a specie in cui devono imparare e non solo agire per istinto, tanto più giocano quando stanno crescendo.

Non possiamo che auspicare un ribaltamento del Sistema scolastico in cui il valore del corpo e della didattica esperienziale ritorni ad avere il ruolo che merita. E’ paradossale che la cultura greca radice profonda della nostra cultura occidentale proponesse un percorso in cui l’attività principale era l’attività “ginnica”. Di quella centralità dell’attività motoria come altamente formativa per la formazione dell’individuo non è rimasto che il nome del biennio del Liceo classico: il ginnasio. Il luogo appunto dove si faceva… ginnastica! 

1 commento su “(education) La scuola senza corpo che non gioca più”

  1. Mariadele Massaia

    Concordo,la mia nipotina che è in prima elementare,mi dice:non mi piace andare a scuola perché non si può giocare! Istintivamente ha capito tutto.

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